Hurt: il dolore di Trent Reznor? Il nostro guilty pleasure

hurt trent reznor cover

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Io me la sono immaginata mille volte la genesi di Hurt.

Nella mia mente, ovviamente, è notte, come nel più banale dei cliché. Trent Reznor si trova in una stanza poco illuminata nella casa di Cielo Drive a Los Angeles, dove nel 1969 erano stati assassinati Sharon Tate e altre quattro persone dalla famiglia Manson e dove lui ha deciso di registrare buona parte di The Downward Spiral. Su un tavolino c’è un piatto da cui debordano mozziconi di sigarette industriali. Nell’aria ristagna l’odore di cenere fredda. Si passa le mani tra i capelli lerci di giorni di niente, poi torna a scarabocchiare parole su fogli di carta straccia con una biro mezza scarica.

Se sia andata davvero così lo sa solo lui. Molto probabilmente no.

Anche perché, quando scrive Hurt, Trent non ha ancora attraversato il peggio delle proprie dipendenze. Eppure sembra già sapere esattamente come ci si sente a toccare il fondo.

Ma ci arriveremo.

Lo studio Le Pig, allestito da Trent Reznor nella casa di Cielo Drive a Los Angeles.

Per il momento, torniamo al 1994. Un anno in cui, almeno a giudicare da quello che usciva da stereo e walkman, l’ottimismo non sembrava proprio nell’aria. I Soundgarden pubblicavano Superunknown, gli Alice in Chains Jar of Flies, Jeff Buckley Grace. Ad aprile Kurt Cobain sarebbe morto, diventando suo malgrado il simbolo più tragico di quella stagione musicale. Erano gli anni in cui il rock alternativo aveva portato nelle classifiche alienazione, rabbia e disagio esistenziale.

Nel frattempo, l’8 marzo, i Nine Inch Nails pubblicavano The Downward Spiral. Un concept album costruito intorno alla progressiva discesa agli inferi di un protagonista senza nome. Reznor mette insieme chitarre abrasive, distorsioni e improvvise aperture melodiche, dando vita a un disco nevrotico e perverso, che sembra continuamente sul punto di perdere il controllo. Da Mr. Self Destruct a Closer, fino alla title track, ogni brano sembra spingere il protagonista un po’ più vicino al punto di non ritorno.

Dettaglio della copertina di The Downward Spiral, Nine Inch Nails, 1994. Artwork di Russell Mills.

Nel nono cerchio di questo inferno dantesco c’è Hurt. Dopo tutto quel rumore, Reznor abbassa la voce. La canzone comincia tra suoni disturbanti e un fragilissimo arpeggio di chitarra. La melodia procede con una lentezza esasperante, come se ogni parola trascinasse una zavorra. Poi la tensione cresce, gli strumenti si addensano e tutto quello che fino a quel momento era rimasto trattenuto esplode. Dentro quel brano c’è un uomo che sembra aver perso tutto. Il rapporto con gli altri, la capacità di provare qualcosa, persino il rispetto per se stesso.

I wear this crown of shit
Upon my liar’s chair
Full of broken thoughts
I cannot repair

Beneath the stains of time
The feelings disappear
You are someone else
I am still right here

Nella vita reale, Trent ha già un rapporto complicato con l’alcol e le droghe. Ma è dopo la pubblicazione di The Downward Spiral che le cose cominciano a precipitare. La fama dei Nine Inch Nails esplode, i concerti si moltiplicano, la critica lo consacra come uno degli artisti più importanti della sua generazione. Eppure Reznor continua a sentirsi profondamente insicuro, incapace di gestire persino le situazioni sociali più ordinarie. L’alcol diventa un modo per sentirsi più disinvolto, la cocaina una presenza sempre più ingombrante. E nel 2000 rischia di morire per un’overdose.

A quel punto, la vita del frontman comincia ad assomigliare terribilmente al disco che aveva scritto qualche anno prima. Come una profezia che si autoavvera, il protagonista anonimo ha improvvisamente un nome. Il suo.

E proprio quando Hurt sembra essere diventata la storia di Trent Reznor, arriva qualcuno a prendersela.

Johnny Cash, settant’anni, una carriera immensa alle spalle e un passato tutt’altro che immacolato. Nel 2002, su suggerimento del produttore Rick Rubin, registra una cover di Hurt. Toglie quasi tutto l’apparato industriale del brano originale e lascia pochi strumenti, qualche accordo e una voce che sembra averne viste abbastanza per tutti.

Le parole sono quasi le stesse, con una piccola modifica: la crown of shit di Trent diventa una crown of thorns, una corona di spine che richiama inevitabilmente l’immaginario cristiano e la sofferenza di Cristo.

Ma è soprattutto la persona che le canta a cambiare il significato del brano.

Nella versione di Reznor ascoltiamo un uomo giovane che sta precipitando. In quella di Cash, qualcuno che ha già vissuto quasi tutto quello che aveva da vivere. Per uno, il dolore è una discesa ancora in corso. Per l’altro, il peso di un passato che non può più cambiare.

Il videoclip diretto da Mark Romanek rende tutto ancora più doloroso: Cash, ormai anziano, canta circondato dalle immagini della propria giovinezza, in un continuo confronto con l’uomo che è stato. Sembra quasi un testamento. Nel 2003, pochi mesi dopo, moriranno prima sua moglie June e poi lui.

Johnny Cash nel videoclip di Hurt (2002), diretto da Mark Romanek.

A quasi dieci anni di distanza, Hurt aveva trovato un’altra vita da raccontare. E noi un’altra sofferenza da ascoltare.

Nel frattempo, però, Reznor ha fatto qualcosa che sembrava piuttosto improbabile ascoltando The Downward Spiral: è riuscito a stare meglio. Nel 2001 ha affrontato le proprie dipendenze. Negli anni successivi ha costruito una famiglia, continuato a fare musica e vinto premi per le colonne sonore composte insieme ad Atticus Ross. Oggi magari fa colazione con la brioche calda prima di mettersi in studio.

Una vita decisamente meno interessante di quella che continuo a immaginarmi quando ascolto Hurt. Eppure, ogni volta che rimettiamo su The Downward Spiral, lo ritroviamo esattamente dove l’avevamo lasciato nel 1994. Disperato, solo, convinto di non valere niente. E noi, dall’altra parte delle cuffie, a pensare che sia una delle cose più belle che abbiamo mai ascoltato.

Siamo proprio dei sadici di merda.

 

(In copertina, Trent Reznor ai tempi di The Downward Spiral, 1994. Foto: Joseph Cultice)

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1 commento

  1. maria specchio

    ❤️❤️❤️❤️

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