Li abbiamo giocati, a volte pure tanto. In alcuni casi erano anche dei bei titoli. Ma l’evoluzione del videogioco si è presa comunque le loro teste. Viaggio tra dieci fighting game 3D perduti dell’era PlayStation.
Non di soli Tekken o Street Fighter è lastricata la via del picchiaduro, naturalmente. Tra un torneo del pugno di ferro e un SoulCalibur, in mezzo ai mille beat’em up Capcom con o senza personaggi Marvel, e agli stilosi e tamarrissimi (contemporaneamente) lottatori dei giochi SNK, abbiamo avuto centinaia di altri giochi di menare.
A volte anche giochi notevoli, o comunque con quel qualcosa in grado di appassionare un sacco di gente e di occupare per mesi le pagine delle riviste di videogiochi. Vuoi dei nomi famosi nel roster, vuoi una licenza di grido, vuoi una qualche dinamica di gioco peculiare. Questa settimana ci andiamo a occupare proprio di questo ramo perduto dell’evoluzione videoludica, con dieci picchiaduro poligonali dimenticati della prima PlayStation…
Benvenuti al Jurassic Mazzate Park. /sguardi stupefatti a bordo della jeep, mentre un picchiaduro brontosauro mastica placido le foglie di un albero.

1. Battle Arena Toshinden
Gennaio 1995. Takara è la prima a cavalcare il successo di Virtua Fighter, portando sulla neonata PlayStation un picchiaduro 3D prima di Tekken. Uscito sulla console Sony quasi tre mesi più tardi, il gioco Namco non impiegherà comunque molto a far dimenticare il povero Battle Arena Toshinden, ma quella è un’altra storia.
Conosciuto in Giappone come Toh Shin Den, il titolo Takara era sviluppato da Tamsoft e venne pubblicizzato negli USA come una killer application per PlayStation, in grado di far mangiare la polvere al Sega Saturn. Un claim un attimo azzardato, visto che nel novembre dello stesso anno Takara ribattezzò il gioco Battle Arena Toshinden Remix e lo portò anche sulla console Sega.
A ogni modo, per l’epoca Battle Arena Toshinden era un gioco divertente, aveva un bel po’ di idee nei suoi scontri con le armi, e i suoi personaggi riscossero un certo successo tra i primi utenti PlayStation. Il gioco vendette abbastanza, tanto da metterne in cantiere non solo diversi seguiti, ma anche un anime e un manga. All’uscita di Battle Arena Toshinden 2 (fine 1995) e ancor più di Battle Arena Toshinden 3 (1996), la scena dei picchiaduro era però già notevolmente cambiata. Nel 1999, quando è arrivato nei negozi Toshinden 4, in pochi ricordavano ormai le zuffe di Eiji e compagni.
Una curiosità: nella versione PC di Battle Arena Toshinden, uscita nel ’96, era presente come personaggio segreto Earthworm Jim!

2. Tobal No. 1
Nella seconda metà degli anni 90, Square – che è solo Square, non si è ancora fusa con Enix – sperimenta con i generi, portando su PlayStation di tutto. Accanto ai GdR nascono così sparatutto come Einhänder, giochi di guida come Racing Lagoon e picchiaduro. Diversi picchiaduro, e in questo articolo ne incontreremo più di uno.
Partiamo – mi sembra appropriato – da quello che un uno ce l’aveva anche nel titolo. Nel 1996 esce Tobal No. 1, un gioco che vanta non solo il character design di Akira Toriyama (per quei due al mondo che non lo sapessero, il papà di Dragon Ball), ma anche delle meccaniche sviluppate insieme a Seiichi Ishii, il designer di Virtua Fighter e dei primi due Tekken. Giusto per esagerare, nell’edizione giapponese e in quella americana di Tobal No. 1 era incluso anche un disco con la demo giocabile dell’attesissimo Final Fantasy VII.
Ambientato nel 2048, Tobal No. 1 parlava di un torneo organizzato sul pianeta Tobal per decidere a chi sarebbe andato un preziosissimo minerale, ambito da umani e alieni quasi quanto il diesel sotto i 2 e 20 alle pompe di benzina nell’Italia di fine 2026.
Accolto a braccia aperte anche dalla critica, per la possibilità di muoversi liberamente nei ring tridimensionali del gioco, Tobal si trovò a cavalcare negli USA il nuovo boom degli anime, capitanato proprio dal Dragon Ball di Toriyama. Sembra l’inizio di una storia d’amore tra i videogiocatori e una nuova saga di picchiaduro, invece era solo un calesse.
Il seguito, Tobal 2, sviluppato sempre da DreamFactory, esce nel 1997 solo in Giappone, perché Square teme non ci sia abbastanza interesse nel mercato americano, ora che non c’è più una demo di Final Fantasy VII in ballo. Altre versioni della storia parlano di problemi di localizzazione e/o legati all’accordo di distribuzione con Sony. Sia quel che sia, Tobal 2 è entrato nel Guinness dei Primati per il roster più ampio in un picchiaduro: oltre 200 personaggi!

3. Psychic Force
Nel 1996 appare sull’arena dei picchiaduro un “Here comes a new challenger!” lampeggiante. Si unisce alla bagarre anche Taito con il suo Psychic Force, un picchiaduro dalle meccaniche 2D… ma calate nel più tridimensionale degli scenari.
Gli scontri in Psychic Force avvengono infatti all’interno di una sorta di cubo invisibile, nel quale i due lottatori fluttuano grazie a un campo di forza magico, o qualcosa del genere. Sfide tra ESPer che controllavano gli elementi, dei personaggi per i quali era stato coniato il riuscitissimo – uh, guarda – neologismo di “Psychiccers”, da far spiaccicare contro quei muri invisibili.
Visto che però i combattimenti in sé si limitavano a uno spam forsennato di proiettili, Psychic Force venne sufficientemente stroncato dalla critica. Questo non impedì a Taito di tirarne fuori uno spin-off /clone di Puzzle Bobble, Psychic Force: Puzzle Taisen, due episodi di un OAV anime e ovviamente un seguito, Psychic Force 2012, uscito su Dreamcast e PlayStation (come Psychic Force 2) nel ’99.
Sempre nel ’96, peraltro, Taito aveva pubblicato per il solo Giappone anche Fighters’ Impact, altro picchiaduro peculiare, visto che venne in seguito riproposto in USA ed Europa da THQ tra il ’97 e il ’98, modificandone personaggi, arene e colonna sonora, con il titolo di Vs.
Sì, Vs. e basta.

4. Star Gladiator
Star Gladiator – Episode 1: Final Crusade, questo il suo titolo completo, debuttò nelle sale nipponiche nel luglio del 1996, per poi approdare su PlayStation, a seconda dei mercati, tra l’ottobre e il dicembre dello stesso anno.
Primo picchiaduro poligonale sviluppato internamente da Capcom, Star Gladiator aveva uno schema di comandi a quattro tasti, al posto di quello classico da sei dei fighting game Capcom. La storia ruotava attorno al protagonista Hayato Kanzaki, che nel bel mezzo di una crisi di portata galattica è un giovane giapponese – e come ti sbagli – che ha a cuore l’orfanotrofio in cui è cresciuto, come un Naoto Date del futuro. Apparirà in tanti altri giochi Capcom successivi, a cominciare da Marvel Vs. Capcom 2 (2000).
Le vendite di Star Gladiator furono buone, alla stampa piacque abbastanza, e insomma Capcom non ci pensò due volte prima di metterne in cantiere un seguito. Seguito che uscì in versione arcade nel 1998, con il titolo di Plasma Sword: Nightmare of Bilstein, e di cui venne realizzato un porting per Dreamcast nel 2000.
Non so, ma magari, oltre all’assenza di spunti originali, può aver contribuito all’accoglienza tiepidina di questo seguito di Star Gladiator il fatto che abbiano fatto sparire il nome Star Gladiator dal titolo, la butto lì…

5. Ergheiz
Se, dicevamo poco sopra, Tobal No. 1 ha sfruttato in casa Square la presenza in alcuni mercati della demo di Final Fantasy VII allegata, Ehrgeiz: God Bless the Ring è andato anche oltre: ha infatti infilato direttamente i personaggi di Final Fantasy VII nel suo roster.
Sviluppato pure questo da DreamFactory, Ehrgeiz (tanti i giochi di parole all’epoca, tra i giovani e selvaggi videogiocatori italiani, legati al nome del gioco, diremo) uscì in sala nel marzo del ’98 e su PlayStation tra il dicembre di quell’anno e il marzo del 2000. Ah, i bei tempi – NO – in cui per mettere le manacce sulle versioni PAL di un gioco dovevi aspettare mesi e mesi.
Nella versione PlayStation l’elenco dei personaggi di FFVII era stato ampliato e ora includeva Cloud Strife, Tifa Lockhart, Sephiroth, Yuffie Kisaragi, Vincent Valentine e Zack Fair. Come nei due Tobal, c’era un Quest Mode con elementi da GdR, e del pacchetto faceva parte anche Dasher Inoba, un clone di Antonio Inoki.
Insomma, se qualcuno moriva dalla voglia di menare Sephiroth con Inoki, o viceversa, ora era possibile.

6. Rival Schools
Battaglie tra studenti di istituti diversi, quando le partite alla Holly & Benji in stadi da mezzo milione di spettatori non bastavano più per decretare quale scuola fosse la più cool. C’era in ballo anche tutta una storia di rapimenti, ma i colpevoli erano ovviamente gli studenti di una scuola per ricchi stronzi… È, essenzialmente, l’idea attorno alla quale ruotava Rival Schools: United by Fate. Un picchiaduro Capcom uscito in sala a fine ’97 e sbarcato su PlayStation nel ’98, con tutta una serie di aggiunte, tra cui i finali, nuovi personaggi e nuove modalità di gioco.
Contrassegnato da una certa dose di umorismo, Rival Schools era un fighting game basato sulle battaglie tra team di due personaggi, con un sistema di controllo in stile Tekken, con due tasti per i pugni e due per i calci.
Particolarmente apprezzato, all’epoca, per lo spirito caciarone che lo animava, Rival Schools ha generato due seguiti: Shiritsu Justice Gakuen: Nekketsu Seisyun Nikki 2 (solo per PlayStation giapponesi) e Project Justice (arcade e Dreamcast, 2000).

7. Bloody Roar
Ah, quanto mi piacevano i Bloody Roar, anche se non saprei spiegare bene perché. Serie di fighting game partorita da Hudson Soft a partire dal 1997, Bloody Roar era interessante perché tutti i suoi lottatori erano dei mutaforma: durante il combattimento potevano trasformarsi in bestie antropomorfe per eseguire nuovi tipi di attacco, che avrebbero ricoperto il pavimento del ring di litrate di sangue. Un leone, un gorilla, una tigre, ma pure un coniglio, una talpa o un cinghiale…
L’idea piacque, ne venne pubblicato anche un manga, e nel ’98 uscì Bloody Roar 2 (la versione PlayStation è del ’99). La serie andò avanti per alcuni anni e, dopo un salto generazionale, mise in fila Bloody Roar 3 (uscito su PS2 nel 2000), Bloody Roar Extreme (2002, GameCube e poi Xbox) e Bloody Roar 4 (di nuovo PS2, 2003). Un seguito, quest’ultimo, che era però bestiale per le ragioni sbagliate, e finì per ammazzare la serie, come un bracconiere.
Nota di costume: nel 1999 gli Eiffel 65 cantavano nel brano My Console:
Tekken 3, Metal Gear Solid
Resident Evil, Gran Turismo
Omega Boost, Bloody Roar
X-Files, all over the world, come on
Ridge Racer, Oddworld
Winning Eleven, the game on the PlayStation

8. Bushido Blade
Ma torniamo agli esperimenti dell’avventurosa Square di fine anni 90. Nel 1997, l’azienda giapponese pubblica un picchiaduro realizzato dal team Lightweight e diverso da tutti gli altri. Il punto in Bushido Blade non erano soltanto le varie armi tra cui scegliere, da una katana alla naginata, ma il “Body Damage System” attorno a cui era costruito il gioco.
Per determinare la vittoria non dovevi semplicemente svuotare la barra di energia dell’avversario menandolo per alcuni minuti, perché potevi anche ucciderlo con un colpo solo, nelle giuste condizioni. Oppure, nel corso del duello che si svolgeva in un ambiente tridimensionale, potevi azzopparlo, limitarne la mobilità, ferirgli un braccio in modo che non potesse più fare il guappo con il suo spadone a due mani.
I sei personaggi erano più o meno adatti a brandire ciascun’arma, ma si poteva comunque sperimentare con gli abbinamenti. Amato dalle riviste di videogiochi del tempo per il suo approccio innovativo al genere, il primo Bushido Blade vendette a sufficienza (poco più di 700mila copie) da generare un seguito, Bushido Blade 2, arrivato su PlayStation l’anno dopo. E siccome, a dispetto delle armi tradizionali, i Bushido Blade erano ambientati nel presente, nel secondo c’era anche una tizia in bikini che imbracciava un M-16. Perché sì.
La serie Bushido Blade si esaurì con questo secondo capitolo, ma per i suoi fan Lightweight avrebbe tirato fuori di lì a poco, su PS2, Kengo: Master of Bushido.

9. X-Men Mutant Academy
Nel 2000 gli X-Men sono sulla bocca di tutti grazie al film di Bryan Singer. E non è ovviamente un caso che lo stesso giorno di uscita del film nelle sale USA sia arrivato nei negozi di videogiochi X-Men: Mutant Academy.
Uscito in Europa nell’agosto dello stesso anno, X-Men: Mutant Academy era un picchiaduro per la prima PlayStation con dieci personaggi giocabili pescati dall’universo mutante della Marvel, con i loro costumini colorati e le loro mosse speciali appariscenti. Ne uscì anche una limitatissima versione per Game Boy Color.
Nel 2001 fu il turno di X-Men: Mutant Academy 2, che aggiungeva otto nuovi personaggi, tra cui Spider-Man, che ai tempi furoreggiava con i suoi giochi per PlayStation pubblicati dalla stessa Activision. Il terzo e ultimo capitolo della serie fu X-Men: Next Dimension, uscito nel 2002 per PlayStation 2, Xbox e GameCube, con la voce narrante del professor Xavier di Patrick Stewart e i costumi di due serie a fumetti dell’epoca, New X-Men di Grant Morrison e Frank Quitely e X-Treme X-Men di Chris Claremont e Salvador Larroca.

10. Star Wars: Masters of Teräs Käsi
L’ultimo amico della nostra lista è anche uno di quegli amici sgarbati di cui ti vergogni, tanto da chiederti come mai non gli hai ancora tolto il saluto. Lanciato da LucasArts nel 1997, Star Wars: Masters of Teräs Käsi è quello che succede quando l’Imperatore Palpatine, per vendicarsi di quell’impiccione di Luke Skywalker e dei suoi amici, inventa una storia-fuffa sull’arte marziale con troppi puntini sulle A che dà il titolo al gioco.
Questo si traduce in classici scontri uno-contro-uno tra lottatori provenienti dalle forze dei Ribelli e vari altri tizi, vale a dire nel far prendere a legnate Han, Luke, Leia (di cui esiste ovviamente la versione sbloccabile in bikini), Boba Fett, Chewbecca, Darth Vader, un sabbipode, etc.
I personaggi si muovono in battaglia veloci e scattanti come bradipi gettati nella melassa, il sistema di combattimento è sbilanciatissimo, e insomma tutti vedono il gioco per quello che è: un picchiaduro scarso, spinto solo dalla licenza, imparagonabile ai campioni del genere per cui si organizzano tornei nelle stanzette e nei garage di tutto il pianeta.
Le critiche sono tali che, fatte salve le comparsate di alcuni personaggi del mondo di Star Wars in Soulcalibur IV (ne abbiamo parlato qui), per rivedere un picchiaduro con i personaggi di Lucas ci sarebbero voluti undici anni. Sono quelli che separano Masters of Teräs Käsi dall’uscita di Star Wars: The Clone Wars – Lightsaber Duels per Nintendo Wii. Solo che faceva pena pure quello.


1 commento
Vs, anche se menzionato, avrebbe meritato comunque un posto in classifica secondo me, tecnicamente niente male e delle musiche particolari.