Avete presente la mattina del primo gennaio?
Quel momento magico dove ci si propone, anzi ci si impone, una serie di buoni propositi: dalla dieta allo smettere di fumare passando per il classico abbonamento annuale in palestra (soldi buttati e intimamente lo si sa). Ecco, questo processo, per i malati di calcio avviene intorno a fine agosto, tra l’inizio del campionato e il famigerato sorteggio delle coppe. Quell’evento che definirà la vita, sociale e non, da lì a maggio, ammesso che non sia anno di Mondiali o Europei…
Vorrei condividere con voi quella che forse, ma leviamo il forse, fu la peggiore delle estrazioni. Il resto delle buone intenzioni mi ha direttamente abbandonato per mancanza di impegno.
Siamo pratici e sinceri: l’Inter 00-01 era un orrendo mischione di leccaculi lippiani, giocatori comprati per episodi estemporanei. Binotto venne acquistato dal Bologna il giorno dopo una incredibile rovesciata in un’amichevole agostana, così come Macellari, Brocchi che diventerà il barboncino del bomber ben rasato, la salma di Jugovic, un turco che in Italia aveva già fallito, Sukur, il signor “mi hanno fatto la bua” Cirillo e altre inutili, ma tutte costosissime, invenzioni di quel mediocre di Lippi e, oh che caso, tutti clienti della GEA: praticamente la P2 del calcio italiano, fondata e gestita da figli di… che avete capito?!? Figli di Tanzi, Cragnotti, Moggi e, chi lo avrebbe mai detto, lo stesso Lippi.
A quella maledetta serata ci si era arrivati attraverso lo spareggio col Parma, giocato a Verona e deciso da una doppietta del grandissimo Roberto Baggio, ennesimo epurato da Marcello.
Ricordo che quando lessi il nome Helsingborg – i preliminari in quanto quarti classificati in campionato erano obbligatori – mi si strinse subito qualcosa sotto la vita: ancora mi stavo riprendendo da esperienze drammatiche come Boavista o peggio Lugano. Ma era la provenienza geografica a preoccuparmi veramente: l’eliminazione ai trentaduesimi di finale di Coppa Campioni subita dal Malmoe dieci anni prima rappresentava ancora per me un incubo. Il cazziatone di mio padre perché avevo pianto per ore, non l’ho invece ancora elaborato.

FERRAGOSTO DI FUOCO
Comunque, ci si ritrovò a ferragosto in Svezia, in uno stadio che quello di Corsico pare Old Trafford, a fare l’andata. E non andò benissimo.
Quando ci si è trovati in diciassettemila abbonati in uno stadio da ottantamila , e ne stai prendendo tre dal Genoa, con i loro tifosi in preda ad una, giustificabilissima, gioia, e questi ti ballano di fronte al coro “Ruotolo io non cammino Ruotolo, la la la Ruotolo” un preliminare di Champions, ehi siamo nel 2000, ti pare qualcosa di fottutamente importante. La consueta, folle, fiducia nella capacità della Beneamata mi aveva trovato nel mezzo dei monti alti atesini: fiducioso come un elettore dello schieramento democratico, posi il mio venerando posteriore sulla sedia del bar dell’hotel con una certa inquietudine, e mi accinsi quindi ad affrontare i fantasmi.
Già alla vista dei capelli di Frey, ne riparleremo, ebbi una brutta sensazione. Dopo aver visto quelli di Jugovic, mi sentii solo peggio. Come nelle peggiori e più banali delle narrazioni calcistiche, i semiprofessionisti svedesi, già a metà campionato, ci si misero addosso come un vestito confezionato male: un dramma. Quelli correvano, i nerazzurri spolmonavano e Lippi fumava un sigaro. Finì 1-0 per loro. Come a Malmoe dieci anni prima…
Ma dai, che cazzo! Non scherziamo! Sono cresciuto con il racconto di mio nonno, Inter- Liverpool e il gol di Peirò, ero presente alla rimonta contro l’Aston Villa, sono dodici anni che ho la tessera, so di cosa parlo. Tranquillo, il Meazza farà la sua parte. E infatti, saremo tutti lì. Sarebbe stato meglio rimanere in vacanza.
Ma ehi, statisticamente non può andare male: le già citate tragedie calcistiche ritenevo fossero sufficienti per una vita e più. Povero illuso.
Ma la fede tutto può, ragione per la quale oltre al mio biglietto, utilizzai anche la tessera di mio padre, furbamente rimasto al mare, per acquistarne un altro. E chi ci portai? Ma ovviamente la mia allora fiancé e poi, nonostante, moglie. Non era propriamente convintissima, stavamo insieme da poco più di un anno e io avevo già ampiamente dimostrato di essere un pericoloso fanatico, ma lei, forte di un assurdo amore, accettò. Il mio programma era perfetto: stadio-cena-casa-sesso celebrativo-sonno. Il giorno dopo, partenza per weekend lungo a casa di amici a Portofino. Ero troppo fico!

NON UNA SQUADRA, UNA CICATRICE
Posteggiammo circa novanta minuti prima del calcio d’inizio. L’aria era simile a quella che si potrebbe trovare a Lagos: trenta secondi ed eravamo fradici. Il fumo di salamelle, peperoni e crauti ci fornì quel tocco di classe sotto le ascelle. Dopo esserci accomodati sui ben noti, scomodissimi – e già allora, costosissimi – seggiolini del primo anello arancio, attendemmo con tiratissimi sorrisi l’inizio. E cominciò.
Cari lettori, io ho visto formazioni che la mente più perversa non sarebbe mai riuscita neanche ad immaginare: ho visto i fratelli Paganin contemporaneamente in campo; ho visto Angelo Orlando titolare; ho sperato in Ciccio Dell’Anno; ho assistito all’unica presenza in A di Ceccotti. Ho speso tempo parole e pensieri per Rocco e Paolino. Ma la delirante squadra messa quella sera in campo da quel sabotatore di Lippi, me la porto dietro come la cicatrice dei legamenti crociati.
Oltre a “Quanta gnocca avrei con i capelli di Frey”, Quinta Colonna Lippi mise Pirlo esterno sinistro, Seedorf largo a destra, la salma di Jugovic a centrocampo, Hakan Sukur in coppia con Zamorano in attacco. Vi risparmio il resto per pudore.
Ora, venticinque anni dopo, non posso negare che quella sera fu proprio una di quelle dove avresti potuto prendere il pallone in mano sulla linea di porta, scagliarlo in rete, e comunque non sarebbe entrato. Robbie Keane, che dopo quella terribile serata tornò rapidamente in UK sponda Leeds, prima di diventare una leggenda Spurs e un mito nazionale per l’Irlanda, prese un clamoroso palo, gli svedesi quasi non passarono il centrocampo, le occasioni non mancarono ma, quando non è serata, non ci sono miracoli che tengano.
Il sigaraio, alla disperazione, sullo 0-0 a metà secondo tempo, buttò dentro una delle icone interiste per definizione.
El Chino Recoba venne svegliato mentre sonnecchiava tranquillo in panca. Guardò il tabellone e con l’incoscienza dei suoi ventidue anni si tirò su i calzettoni ed entrò tra le ovazioni del Meazza. Essendo lui appunto Alvaro Recoba, prese a bombardare la porta svedese da ogni posizione, anche a ragione, essendo il resto dei giocatori, tranne forse i futuri tripletisti Cordoba e CAP Zanetti, chiaramente inadeguati e tatticamente allo sbando. I minuti passavano inesorabili, confermando la tesi che, quando vinci, il tempo va lento e invece quando le prendi, i minuti passano più veloci che dopo il quarantesimo compleanno.

IL MIRACOLO ALL’89’
Ma poi, come avviene nelle speranze di chi è troppo disperato, il miracolo si palesò: al minuto 89 l’arbitro concesse un rigore. Mai, neanche nei successivi 25 anni di Meazza vidi una fuga simile: campioni del Mondo, giocatori di esperienza conclamata, professionisti dotati, teoricamente, di attributi maschili, scomparvero dietro la linea di centrocampo. Rimasero Di Biagio, e di lui riparleremo, e Alvaro. Gigi allungò il pallone a Recoba chiedendogli: tiri tu? Il numero 20 prese il pallone, e nel silenzio più totale lo pose sul dischetto.
Come andò è storia nota. Ma da quel momento il Chino divenne un intoccabile. Lui ventenne ebbe gli attributi di mettersi la stagione di un Club sulle spalle.
Non fece gol, ma solo chi non fa mai una minchia non sbaglia mai.
Ottantamila interisti incazzati come tori si riversarono nei posteggi. Passai tre ore in assoluto silenzio, con una temperatura orrenda, in macchina, prigioniero di un ingorgo a croce uncinata degno di un film di Monicelli. E quella povera donna, di fianco a me.
Ovviamente feci l’impossibile per rovinare il weekend a tutti, cane compreso, arrivando addirittura a salare eccessivamente, e con intenzione, l’acqua delle trofie. Ma il peggio, se possibile, avvenne il martedì mattina. Presi la metropolitana, scesi in Loreto, e vidi le pubblicità murali della Champions League, fatte prima della tragedia. Milan, Juventus e Inter erano sui cartelloni, con orari e giorni delle partite. Solo che al posto mio, vi avrebbero assistito un numero non definito di svedesi.
Ma anche le notti più buie devono finire. Pochi giorni dopo l’amico di Moggi le prese alla prima di campionato a Reggio Calabria, andando poi in televisione scaricando, ovviamente, le colpe su giocatori – da lui scelti dopo aver smembrato una rosa vincente – e presidenza. Mad Max ci liberò da uno dei sui tre errori peggiori. E subito dopo commise il secondo. Ma questa è un’altra storia.

