“Welcome to the stage of history!”
Dici Soul Blade, e nella mente di chi ha vissuto gli anni della prima PlayStation si dipingono immagini e suoni di una delle intro più assurdamente epiche e galvanizzanti della storia del videogioco. Dici Soulcalibur, e nello scorrere delle generazioni di console successive, ti torna in mente quando Mitsurugi, Taki, Voldo e gli altri hanno fatto a botte con Link di Zelda, Spawn, Darth Vader, Ezio Auditore o Geralt di Rivia.
Tutto ha avuto inizio 29 anni fa, con un gioco che non si intitolava né Soul Blade, né Soulcalibur.

LA LAMA DELL’ANIMA
Nel febbraio del 1996 arriva nelle sale giochi un nuovo picchiaduro poligonale di Namco. Si chiama Soul Edge e, come Tekken, gira su scheda System 11 di Namco. La differenza principale rispetto alla saga del torneo del pugno di ferro è che qui tutti i lottatori usano le armi. Non si tratta ovviamente del primo picchiaduro con questa caratteristica, né in senso assoluto (c’era già il popolare Samurai Shodown lanciato da SNK per Neo Geo nel ’93), né restringendo il campo ai titoli poligonali, perché preceduto da Battle Arena Toshinden per PlayStation (1995). Ma Soul Edge ha qualcosa di speciale. Un mood epico, personaggi memorabili, uno stile di combattimento appagante. E tanto gli basta per prenotare un posto bello capiente nella storia dei picchiaduro, per se stesso e per tutti i suoi capitoli successivi.
Soul Edge non si limita infatti ad aggiungere le armi alla struttura di Tekken, ma ripesca i Ring Out in stile Virtua Fighter e introduce la possibilità di spostarsi anche in profondità, per schivare gli attacchi o aggirare l’avversario e spedirlo fuori dal ring con un colpo ben assestato. Aggiungiamo armi diverse per tutti i lottatori, una barra che una volta svuotata faceva rimanere a mani nude (non la situazione ideale, se affronti un tizio armato, diremo…) e tanti altri piccoli dettagli sfiziosi.
La versione originale arcade presenta già tanti dei personaggi classici della serie: Heishiro Mitsurugi con la sua katana, i coreani Seung Mi Na e Hwang Sung Kyung (che sostituisce Mitsurugi in alcune versioni del gioco e in altre è un personaggio segreto), il cinese Li Long con i suoi nunchaku, la ninja Taki, la guerriera greca Sophitia Alexandra, il cavaliere tedesco Siegfried Schtauffen, l’americano Rock con la sua ascia colossale. E poi Voldo, un tizio con l’aria da pervertito che viene da Palermo, perché ci dobbiamo sempre far riconoscere. Tutti questi guerrieri sono alla ricerca della spada leggendaria che dà il nome al gioco, la Soul Edge, in un turbolento 1583.
Solo pochi mesi dopo, approda in sala una versione migliorata del gioco, chiamata appunto Soul Edge Ver.II. Le modifiche sono tante, ma soprattutto vengono aggiunti al roster Hwang, che diventa un personaggio selezionabile normalmente, e quella vecchia lenza di Cervantes de Leon, armato della Soul Edge, chiamata la “spada del male”, anche se in realtà sono due spade.
Nel dicembre del 1996 questa seconda versione diventa la base per il porting su PlayStation. Namco aggiunge una cofanata di contenuti extra: da personaggi extra (incluso un boss con il nome del gioco) a nuovi costumi, modalità, sequenze finali e tanto altro. Ma soprattutto, la versione PlayStation è aperta da una intro in CGI clamorosa. Ci torniamo tra un attimo.
Soul Edge per PlayStation arriva in America nel gennaio del ’97 e da noi nella primavera successiva, però con un altro titolo, Soul Blade. Per via di un copyright sulla parola Edge in mano a un’azienda americana, Namco decide di cambiare il nome per il mercato occidentale. Per la stessa ragione, la saga proseguirà con il titolo Soulcalibur.
Torniamo alla intro clamorosa del gioco su PlayStation. Quel brano dal tasso di fomento fuori scala è “The Edge of Soul”, intepretato da Suzi Kim. Alzate a palla il volume del dispositivo su cui state leggendo queste righe, qualunque esso sia e ovunque vi troviate. E cliccate/tappate il tasto play:
“Transcending history and the world, a tale of soul and swords eternally told…”
“To love! To shine!”
E la gente in piedi sul divano.

E-ESCALABAR… ESCANSABA…
“Soulcalibur, imbecille!”, avrebbe risposto il lago a un Fantozzi amico di Voldo. Nell’estate del ’98 debutta in sala giochi il secondo capitolo della saga, che da questo momento in poi, per le ragioni di cui sopra, prende il nome di Soulcalibur. Anche in questo caso al nome viene legata una spada: la sacra Soul Calibur, forgiata per affrontare la malvagia Soul Edge. La versione arcade di Soulcalibur non ottiene il successo del suo predecessore, ma le cose cambiano nettamente quando, un anno più tardi (estate 1999) Soulcalibur sbarca su Dreamcast.
La versione Dreamcast è infatti superiore praticamente in tutto rispetto a quella da sala, che girava sulla scheda System 12, basata sull’hardware di PlayStation. Per mesi, Soulcalibur diventa uno dei giochi che i possessori della console Sega possono mostrare orgogliosi ai propri amici: gli anni in cui si sognavano trasposizioni perfette e impossibili degli arcade sulle proprie piattaforme di gioco domestiche volgono ormai al termine. Ora si può giocare a casa a versioni migliori di quelle in sala. Nuvole nere si profilano all’orizzonte per il videogioco arcade, che sarà presto fagocitato in gran parte del mondo da quello casalingo.
Su Dreamcast torna Cervantes, assente in sala, che sia affianca ai tanti volti nuovi introdotti dall’arcade: Maxi, Kilik, Xianghua, Nightmare, Astaroth, Lizardman, Edge Master, Yoshimitsu di Tekken e soprattutto Ivy, al secolo (il sedicesimo secolo) Isabella Valentine, guerriera dai capelli corti armata di una spada-frusta, che stranamente diventerà protagonista di un fantamilione di doujinshi…
Per vedere il primo Soulcalibur girare su un’altra console bisognerà aspettare fino al 2008, quando la versione Dreamcast verrà convertita per Xbox 360 e resa scaricabile tramite Xbox Live Arcade.

LINK, SPAWN E HEIACHI
Yoshimitsu non resta però per molto l’unico personaggio di Tekken in trasferta nella serie Soulcalibur. Soulcalibur II viene lanciato in sala nel 2002 e quando l’anno dopo approda su console, Namco trova il modo di personalizzare tutte e tre le versioni casalinghe, scegliendo per ognuna un personaggio ospite diverso. Su PlayStation II il “guest character” è così Heihachi Mishima di Tekken, mentre nella versione GameCube si può usare Link, l’eroe di Hyrule della saga The Legend of Zelda, e in quella Xbox Spawn, dritto dai fumetti di Todd McFarlane pubblicati dalla Image.
Quando, a cavallo tra il 2012 e il 2013, arriverà su Xbox 360 e PS3 la versione scaricabile del gioco intitolata Soulcalibur II HD Online, questa includerà solo Heiachi e Spawn, perché Link è ovviamente un personaggio di Nintendo.
Oltre a modalità inedite, costumi ed extra assortiti, e ai suoi tre ospiti di cui abbiamo appena detto, Soulcalibur II gettava nella mischia anche varie new entry: lo spadaccino francese Raphael Sorel, Talim, Charade, Necrid, Hong Yunsung e Cassandra Alexandra, sorella di Sophitia.

UN GIRO SOLO SU PLAYSTATION, POI STAR WARS
Soulcalibur III esce nel 2005 solo in versione arcade e PlayStation 2. Ha tante modalità nuove, tra cui una per crearsi un lottatore personalizzato (Create-A-Soul) e una in cui giri il mondo alla ricerca della Soul Edge (Tales of Souls). Tra i personaggi nuovi si distinguono l’inquietante Abyss, un appassionato di falci mastodontiche chiamato Zasalamel, Tira e la velocissima Setsuka, una ninja che cela la propria lama in un elegante ombrello apparentemente innocuo.
Soulcalibur IV riporta nel 2008 la saga nel multipiattaforma, uscendo su PlayStation 3 e Xbox 360. Tornano i personaggi esclusivi, ma solo a tempo, e tutti pescati dalla stessa saga: Star Wars. All’uscita, infatti, nella versione PS3 c’è Darth Vader e in quella per Xbox 360 c’è Yoda. A ogni modo, poco tempo dopo, divenne possibile scaricare tramite DLC anche il personaggio presente nell’altra versione. Su entrambe le console, inoltre, si poteva sbloccare l’Apprendista, pescato dal gioco Star Wars: The Force Unleashed.
Per il resto, nuove modalità (come Tower of Lost Souls), nuovi personaggi (Hilde, Algol) e soprattutto l’introduzione, per la prima volta, delle battaglie online, nelle quali si potevano schierare anche i propri personaggi custom.

COME TI SDRUMO LO STRIGO
Per le stesse console, PS3 e Xbox 360, esce nel 2012 Soulcalibur V, un sesto capitolo che porta la storia nel 1607, con una trama che ruota attorno al figlio di Sophitia, Patroklos. Accanto a lui, tante nuove leve, come Z.W.E.I., Viola, Pyrrha, Natsu, Xiba e soprattutto Ezio Auditore da Firenze, in trasferta da una delle saghe ai tempi più popolari in assoluto nel mondo console, Assassin’s Creed.
L’ultimo capitolo della serie, al momento, è Soulcalibur VI. E sembra ieri, già, ma dal 2018 sono già passati otto anni. Reboot della saga, Soulcalibur VI rivisita gli eventi del primo gioco, stavolta su PS4, Xbox One e PC. L’ospite nel roster è ora Geralt di Rivia, lo Strigo di The Witcher. Il personaggio nato nei romanzi di Andrzej Sapkowski condivide la cover del gioco con Mitsurugi.
Le vendite del gioco vanno meglio rispetto a Soulcalibur V, ma non si avvicinano alle vette toccate in precedenza dalla serie. Serie che nel frattempo viene infoltita da vari spin-off, come il maldestro action per Nintendo Wii Soulcalibur Legends (2007), il picchiaduro portatile per PSP Soulcalibur: Broken Destiny (2009), basato su SC IV, vari giochi mobile e pure un pachislot per il ventesimo anniversario della saga. E quando nelle sale pachinko giapponesi arriva una certa IP, vuol dire solo una cosa: che chi ha giocato/guardato quella IP da ragazzo ora si trova qualche decennio in più sul groppone ed è diventato target da pachinko.
In altre parole, sì, siamo invecchiati. Però l’ebbrezza dell’arrivo di Soul Blade, nonostante tutti gli anni e l’acqua passata sotto i ponti del videogaming, come te la scordi? Impossibile.
“To love! To shine!”, e via di nuovo l’intro in loop, a volume 11, per tutto il giorno.


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